Saremmo immortali.

Paolo Mausering scriveva:

“Ogni scelta implica, di per sé, l’abbandono di tutte le alternative. Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali”.

Io preferisco non ambire ad un’immortalità da spettatrice e decido di non considerare qualunque compromesso non mi veda come protagonista indiscussa della mia storia.

Merito di essere scelta,

e il primo passo perché ciò avvenga nasce dal dovere verso me stessa di scegliermi,

sempre.

FMS

Crepe.

Perché in fondo lo sento di essere vasta, immensa, ricca di tutte le possibilità e potenzialità che la vita mi vorrà regalare.

Ricca di opinioni e imprecisioni, di riserve e occasioni, di paure e certezze

mi sento viva

e da queste ergo le mie fondamenta.

Viva, forte e indelebile

come tutte le profonde crepe che disegnano e scavano il mio corpo,

ma lo tengono insieme.

FMS

Nitido.

Alle volte mi viene spontaneo chiedermi

Cosa ne sa dell’amore

chi non ha mai dovuto

odiare

proprio ciò che più

amava.

Poi penso alla tua forza,

mio cuore, caro amico mio,

e non ci sono più domande,

non servono più risposte:

questa ingiusta afa si trasforma

in una tempesta nuova di zecca,

gli sfocati colori delle mie paure mutano

in nitidi atti di coraggio.

FMS

Gesti. Gesta. Gesti.

Di gesti piccoli,

un fiore regalato

il bacio all’angolo delle labbra, il sorriso subito dopo

il bruciore del viso che nasconde l’imbarazzo

le mani che si sfiorano e si aggrappano di nascosto

il vuoto da aereo in decollo alla bocca dello stomaco

la canzone a squarcia gola sotto la doccia

le grandi promesse sancite da una stretta di mano

che smorza il disagio

la gola secca e lo sguardo abbassato

le labbra morsicate e le dita martoriate

l’odore della pelle che diventa profumo

il cuore pieno

una risata,

ma che dico,

di grandi gesta

è fatta la voglia di innamorarmi di te.

FMS

Ognuno.

Ognuno ha il proprio modo di amare, di soffrire, di essere felice o triste.
Ognuno ha il diritto di vivere e di salvarsi dalla vita come meglio crede.
Ognuno ha il dovere di proteggersi, tutelarsi, perdonarsi, come il diritto di mettersi in gioco, in dubbio, di pentirsi.
Ognuno deve poter gestire i propri sentimenti e il tempo dentro essi come meglio riesce.
Ma ognuno può conoscere davvero cosa sia l’amicizia solo in un unico modo:
essendo un amico.
FMS

Il giorno in cui, di domenica.

La domenica è il giorno in cui vedo i miei genitori e chiedo loro consiglio.

La domenica è il giorno in cui programmo la settimana, il lavoro, gli impegni e, soprattutto, le cene dove il mio migliore amico mi stravizia in cucina.

La domenica è il giorno in cui chiacchiero al telefono per ore, o addirittura riesco a uscire a prendermi un caffè, con le mie meravigliose amiche, che il lavoro e l’età adulta hanno portato in città lontane e condotto per vite nuove e impegnate.

La domenica è il giorno in cui bacio la fronte della mia sorellina, per dirle che andrà tutto bene, anche se è diventata grande e vive per i fatti suoi.

La domenica è il giorno in cui passeggio in religioso silenzio con i miei cani per ricordar loro che un’adozione è per sempre, anche se il lavoro durante la settimana mi impegna parecchio.

La domenica è il giorno in cui faccio pace, perché la rabbia non sta bene abbinata ai miei occhi.

La domenica è il giorno in cui passeggio mano nella mano con il mio fidanzato, improvvisamente ignara che il giorno seguente sarà di nuovo lunedì.

La domenica è il giorno in cui scrivo di più, perché la mente si svuota dello smog della città e corre su una collina a guardare il cielo.

La domenica è il giorno in cui non importa come sia andata la settimana, io imparo a essere felice.

Al largo.

Una mia artistica amica ha detto che il mare è amico delle donne, non so se valga per tutte e in che modo, ma sicuramente posso dire che il mare per me è stato amico di pensieri e scritti belli, e lo è tutt’ora.

Mi ha accompagnata in una riflessione sull’amicizia e mi ha portato al largo, allontanandomi dalle banalità sull’argomento per lasciare che mi ponessi diversi quesiti, dandomi pazientemente anche il tempo per risolverli.

Accantonato per un momento il sempre verissimo un amico è raro come un tesoro, mi sono resa conto, allora, che l’amicizia fra “sofferenti” è un animale mitologico, di cui si è sentito parlare, ma che nessuno ha mai incontrato, perché sfida, combatte e vince la competizione artistica e si poggia sul bisogno di viscerale di condividere e confessare che proprio non ci riesci a spiare il mondo dal buco della tua serratura, ma che ci devi mettere le mani dentro e farti coinvolgere, per quanto doloroso possa essere.

Un caro amico mi ha scritto confessandomi un momento di difficoltà e ha usato, cito testualmente, queste parole:

“avevo bisogno di dire queste cose a qualcuno che potesse capirle fino in fondo, qualcuno con una profondità simile alla mia, perché certe cose si adagiano lì, pesanti, e non riesci più a farle galleggiare.”

Meraviglioso il fatto che, durante una riflessione tra me e le onde, un amico mi chiedesse di aiutarlo a “galleggiare”.

Musicisti, pittori, fotografi, ballerini, creatori di bellezza: tra le mie amicizie ho, senza ombra di dubbio, un ventaglio di gemme preziose. Eppure credo che gli scrittori siano i più soggetti alla malattia: costretti a vivere tra le righe, dove si annidano tante piccole cose, intime, leali e pesanti verità che ti tirano a fondo, trascinate dalla consapevolezza di dover leggere il mondo intorno a te in un modo diverso, come un dovere non riconosciuto di cui senti il peso della responsabilità.

Non è peccare di presunzione, e non mi aspetto assolutamente che tutti capiscano cosa intendo, ma molti lo faranno: sfortunati anche voi, dico io.

“Una profondità simile alla mia” mi ha dato una scossa. È difficile trovare qualcuno che capisca cosa significhi soffrire delle cose belle e di quelle brutte, del bene e del male allo stesso modo. E non ho detto “vivere”, ho detto “soffrire”: la maledizione del sentire nell’amplificazione, che è una sofferenza.

Ho parlato lui come se parlassi a me stessa, alla Me delle notti sveglie e cariche quando devo (devo?) mettere nero su bianco la mia insonnia.

“Nelle giornate così, ricordati che la tua sofferenza è una dono. Ricordati che saper scrivere non significa mettere giù parole in fila, ma mettere giù te e mettere in fila pezzetti di te.

Per questo e solo per questo non sei qualcuno che scrive, ma sei uno scrittore.”

Poi, tra una parola e l’altra, un’onda e l’altra, mi blocco per un momento, e il mare sembra esitare con me: e se non si trattasse di responsabilità? E se semplicemente fosse un errore, un deficit, un’incapacità a vivere diversamente?

A questo non ho ancora trovato risposta.

FMS

Pic by Warren Keelan

Di me e te.

Come i mille tatuaggi che avrei fatto con chiunque

E nessuno l’ho fatto con te.

Come quelli che vanno in giro di notte e non sanno che fra loro ci sono anche io

E che tu sei accanto a me.

Come le dite intrecciate sotto i tavoli,

mentre gli altri non ci guardano

Che in quelle mani strette ci abbiamo messo ogni nostro segreto.

Come quando mi fai arrabbiare

e vorrei saper bestemmiare

Ma poi mi fissi di più e mi lasci senza fiato.

Come quando vorrei non fossi così lontano e sei più vicino di tanti altri.

Come questo modo stupido, inutile,

ma mio modo d’amarti.

Come te che sei le mie unghie mangiate

E quelle cose mai raccontate.

Come quando si sfiorano le posate e poi ci sfidiamo e ci mangiamo a occhiate.

Come quanto io sono il tuo sole

E tu la mia luna.

Come quanto siamo un disagio e la nostra più grande fortuna.

Come noi che siamo discorsi fatti seduti su cose e seduti per terra

Aspettando che il mondo ci fraintenda.

Che siamo uno schiaffo e una carezza, l’afa e la brezza.

Prima balliamo leggiadri in tondo,

poi ci abbracciamo stretti stretti, a fondo

Che sei il fiatone dopo aver corso, e ci fermiamo e ci stringiamo in un morso

Come noi che ci amiamo bene, ci amiamo male, ci amiamo a modo nostro e come ci pare.

Come vorrei fosse stato, come vorrei fosse

E come lo amo perché mai sarà.

Chissà se un giorno finiremo le parole per parlare di me e te.

Ancora uno.


In picchiata, come se fossimo inciampati l’una sull’altro,

ma senza cadere;

anzi, planando su paure e diversità

ora voliamo

dolcemente.
E mentre io ti guido

tu mi insegni
che semplicità non è mediocrità,

che amore è coraggio

che orgoglio non è forza,

che dolcezza non è fragilità,

che ora è per sempre.
Tra tutte le cose che hai imparato da me,

tu mi hai insegnato molto di più.

FMS

“L’8 tutto l’anno”.

Alle trecce e le mollette nei capelli per il primo giorno di scuola;

Alle scarpette lucide per il pranzo della domenica;

Alle lacrime per la caduta dall’altalena e al sorriso strappato dal biscotto in seguito;

Al vestito scomodo e le calze che pizzicano;

Al saggio di danza e al torneo di basket;

Alla merenda con le amiche;

Ai litigi con i fratelli;

Alla lucina accesa per addormentarsi;

Alle canzoncine in macchina;

Al lavoretto per la festa del papà e la poesia imparata a memoria per quella della mamma;

Alla nemica-amica delle medie;

Alla prima cotta;

Al primo giorno da “signorina”;

Al brufolo sulla fronte, l’apparecchio per i denti e l’inevitabile foto di classe;

Al bigliettino di San Valentino e le dediche sul diario;

Alla prima gita senza adulti;

Alle bullette, le prese in giro, le lacrime e la rabbia;

All’ amico-maschio;

Alla prima estate con gli amici;

Al primo bacio;

Al primo giorno di liceo;

Alla prima insufficienza;

Alla compagna di banco e i bigliettini;

Al primo ragazzo;

Al motorino e alla verifica di latino “balzata”;

Alle gelosie;

Al primo “non accadrà mai”;

Alla migliore amica;

Al cambio di look che mamma ha detestato e l’orecchino che ci ha fatto togliere;

Al libro che ci ha fatto piangere e l’attore che ci ha fatte innamorare;

Alla prima volta;

Alle urla di odio contro i genitori e le lacrime di vergogna sul cuscino;

Al giorno del diploma;

Alle scelte della vita, quelle giuste e quelle sbagliate;

Al cuore a pezzi;

Alle amicizie di una vita e a quelle perse lungo il percorso;

Alla dieta ferrea e alle patatine fritte due ore dopo;

Al primo appartamento, alle coinquiline e alla lavatrice; 

All’università, i suoi esami e le nottate di studio dell’ultimo momento;

A quella serata in discoteca, al cocktail di troppo e alla dignità bruciata;

Al grande amore incontrato, a quello perduto e a quello che si fa ancora attendere;

All’ abbraccio di papà e il profumo della mamma;

All’uomo sbagliato;
Ai lividi, sulla pelle o sul cuore;

Ai ricordi, le foto e la nostalgia;

Al primo colloquio e al capo che non ci sopporta;

Alla paura, quella profonda che non lascia via di scampo;

Al lavorare come uomini, ma che uomini non siamo mai;

Alle giornata da 72 ore;

Ai “non ci riesco” e “lascio tutto”;

Alle amiche;

Alle soddisfazioni;

Alle discese, le cadute e le risalite;

Alle promesse e alle scommesse;

A noi.

A noi bambine, ragazze, donne, mamme, figlie, sorelle, amiche e non.

A noi che lottiamo,

Un giorno, ogni giorno, da piccole e da più grandi.

A noi che a marzo vogliamo essere ricordate, amate, ma sopratutto ascoltate e considerate.

A marzo come tutto l’anno.

Noi lo meritiamo tutto l’anno.

Meritata festa della donna a tutte,

che vogliate o meno la mimosa.