“I’m gonna make a change, for once in my life”

cambiamentoQuando decidi di fare la scrittrice o, come nel mio caso, finalmente ti convinci ad esserlo (di esserlo?), tutto ciò che assomiglia vagamente ad un periodo di senso compiuto che naviga per la tua mente per più di 47 secondi, deve assolutamente cadere sulla carta e prendere vita.

Non sono sicura, ammetto, che sia una benedizione, ma sicuramente sa far star bene, come il caffè la mattina, la pasta al pomodoro della mamma la domenica o come i primi passi di un figlio tanto atteso, è un dono (ognuno, OGNUNO, ha il suo) e, come tale, il fortunato genitore ha il dovere morale di condividerlo con l’universo o, (più modestamente) con il mondo, con l’anziana vicina di casa, con il senzatetto che vive alla fermata dell’autobus sotto casa, con il nonno che odora di sigaro, menta e colonia, o la zia che ti rifila mance ridicole e caramelle di dubbio gusto datate <anteguerra>. Quel dovere morale di un grande cuoco, che “l’è propi un pecà” non voglia far godere i palati altrui della sua cucina, o gli armonici gorgheggi e virtuosismi di un’ incantevole voce che è un’ ingiustizia rallegrino solo paperette di gomma, scaldabagni e imbarazzati tendine della doccia.

Per quanto possa sembrare un po’ ‘autocelebrativo’, questa è la premessa per mettere alla mercé di molti pezzi nudi e crudi della mia anima, a partire dalla forza che tantissime persone mi hanno infuso con messaggi di incoraggiamento, a sostegno della mia scelta; ma il premio ‘Mr. Regalo Lacrime Facili A Tradimento’ va un vecchio compagno di scuola, che mi ha scaraventato addosso mezzo quintale di commozione, in piena faccia, proprio oggi. Con le parole “ho sentito il bisogno di scriverti”, “grazie a te non mi sono più sentito solo”, “sei riuscita a farmi sorridere ed emozionare su un argomento che ho ritenuto tabù per un sacco di tempo” e, si, ora sto gongolando, “per il tuo stile sincero, emotivo e il sorriso che ti ha sempre contraddistinto.. ho pianto” (io anche), credo di aver iniziato, letteralmente, a camminare a mezzo metro da terra.

Ho trasmesso coraggio. Una persona mi ha ringraziato per non averla fatta sentire sola. Ma quanto potere inespresso abbiamo che potrebbe migliorare la giornata di altre persone? E se liberassimo tutte le capacità ed energie nascoste, sprecate, recluse nei profondi e bui meandri delle nostre anime e le trasformassimo in linfa vitale, in vento d’ispirazione, in ruggiti d’audacia?

Io stasera credo nel genere umano. Credo che la mia penna abbia aiutato un amico a prendere una boccata di prodezza, credo che nessuno dovrebbe sentirsi solo o avere la convinzione di esserlo, credo che un paese di ilarità, leggi “fuffa” e zimbello del mondo, oggi, 11 maggio 2016, abbia dimostrato che per essere umani bisogna credere nell’uomo e, anche se il “mondo è bello perché vario”, ‘umanità’ significa, anche, ‘uguaglianza’ (e non aggiungo altro, se non: W gli Sposi!).

A questo punto prendo in prestito il pezzo del grande artista, filantropo (dai, non fate battute), noto personaggio (discusso e discutibile) che è stato Michael Jackson, ma soprattutto le parole di quei due “mostri” di Glen Ballard e Sieda Garrett, perché se “diamo a Cesare, quel che è di Cesare”, dobbiamo riconoscere a scrittori e compositori i figli biologici sparsi nel mondo (mi sa che son di parte):

“Sto per fare un cambiamento, per una volta nella mia vita. Farà sentire veramente bene, farà la differenza, sarà giusto.

Sto iniziando con l’uomo allo specchio, gli sto chiedendo di cambiare la sua strada, e nessun messaggio potrebbe essere più chiaro:

Se vuoi fare del mondo un posto migliore, dai un’occhiata a te stesso, e quindi fai un cambiamento”.

A quante svolte po’ condurre il cambiamento? E quanti volti può avere?

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” diceva Mahatma Gandhi, per citarne uno a caso.

E voi, che cambiamento sarete? Che cambiamento siete?

Dormiteci su.

Vostra, filosofeggiante,

FMS

Post Apocalisse: Giorno 1.

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Se tra 10 anni mi dovessero casualmente intervistare e chiedere: «Signorina S, si confessi: qual è stata la scelta migliore che ha fatto nella vita e che, se ne avesse l’occasione, ripeterebbe?».
Niente aiuto del pubblico.
Per una volta conosco la risposta, è facile e la vomito fuori senza indugi (niente a che vedere con l’esame orale alla mia maturità): lasciare la facoltà di legge.

Ho detto facile risposta, ma si sa fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, l’orgoglio, una capoccia di marmo la mia e il terrore di affrontare e deludere la propria famiglia. E si, perché se fossi una delle protagoniste di qualche romanzo a tema “rivalsa femminile”, costrette ai lavori forzati, bistrattate, mortificate e continuo oggetto di umiliazione da parte di qualche arcigna matrigna o padre pseudo adottivo, fidatevi, sarebbe stato tutto molto più semplice; ma io sono una S. e, come tale, sono amata (per davvero), lodata (nella maggior parte dei casi) e sostenuta (di solito) nelle mie scelte, da uno stuolo di incredibili, affettuosi e geniali (anche qui, per davvero) parenti.
La pecca? Proprio questa. una pecora nera in un gregge di individui facoltosi, determinati, devoti al dovere e alle responsabilità, non ha vita facile e, oltre a vivere come un pesce fuor d’acqua, un’aquila in gabbia o un vegano in rosticceria, si sente moralmente, per la maggior parte del tempo, un escremento di dimensioni cosmiche.

Ora, però, partiamo con ordine.

Mi chiamo FMS, ma sono tragicamente condannata a essere indicata solo come S. lo sfortunato fardello di chi ha il cognome orecchiabile, probabilmente.
Vivo nella stessa città da quasi 26 anni e, ahimè, ho girato tanto il mondo.
Ahimè?! Oh si.
Perché se amate il mondo come me, e lo potete ammirare, ci flirtate, vi innamorate perdutamente, ma poi siete costretti per ragioni varie ed eventuali a vivere in un buco di c…ittadina, vorreste non aver mai lasciato il vostro organo più indispensabile a zonzo e randagio per il mondo e, come quella storia d’amore estiva con il “bello e dannato” dei bagni accanto ai vostri, vorreste non continuare a ripetervi: «Ma perché?».
Perché è così: “chi ha il pane non ha i denti”, ma è anche vere che se ho abbandonato la “giuridica zavorra” e adesso scrivo e posso scrivere sul serio forse tutto, o quasi, è possibile.
Un nota bene qui ci vuole: riprendere le redini del mio maestoso destriero è stato tutto tranne che facile.
La cosa ha lasciato di stucco prima di tutti me stessa: non avrei mai pensato di essere così folle, spavalda ed egoista, ma lo sono, e finalmente.
Butto via il perbenismo di questi anni e urlo al mondo «chissene frega».
Ho preso i mal di pancia, le emicranie, le ansie e i dubbi, e li ho messi in una centrifuga: sai cosa ne è uscito? Che non mi stavo volendo bene, e non esiste percorso di laurea o peggio, di vita che dovrebbe portare a ciò.
Io mi sono iscritta all’università per scegliere, costruire e realizzare il mio futuro, ma in questi anni ho lasciato che l’idea di futuro che gli altri avevano ideato per me, cambiasse, sorpassasse, superasse e, infine, escludesse i miei sogni.
E così, senza nemmeno accorgersene, si comincia a perdersi, non nel mondo, ma in sé stessi; perdere non la strada, ma il proprio centro; perdere non la bussola, ma dimenticare dove sono i propri piedi.
Qui, ora, capisco davvero cosa significa “perdersi per ritrovarsi”.
Ed io alla buon’ora a modo mio, ho deciso di rinascere dalle mie ceneri.

Quanto sopra è ciò che ho confessato a una persona a me importante la notte chiaramente insonne della mia illuminazione, e lo condivido orgogliosamente.

Prendete in mano la vostra vita, recuperate il vostro fuggitivo cuoricino ovunque lo abbiate lasciato incastonatevelo nel petto e prendete il largo a vele, e sogni, spiegati.

Vostra FMS