E se domani.

Quei giorni in cui ci si stringe senza conoscersi

e ci si conosce come mai prima.

Sono giorni che proprio non riesco a concentrarmi come vorrei e dovrei, sono giorni che le giornate non girano nel verso giusto e, invece di arrabbiarmi e fare “il diavolo a quattro” come mio solito, mi sento debole e fragile.

Sento addosso una forte sensazione di impotenza che non incrociavo sul mio percorso da tanto tempo, che mi chiede di fermarmi, magari piangere, accucciarmi e permettermi di sentirmi piccola.

Quanto è sbagliato ostacolare la propria fragilità.

Ma sbagliando, come spesso ripetutamente faccio, sono andata avanti e mi sono dedicata alla nuova scaletta.

“Dovresti imparare a darti tregua”.

Sì, perché altrimenti la tregua si prende i suoi spazi:

lo ha fatto con questa canzone, con gli occhi chiusi, con un’ interruzione improvvisa della voce e un bel pianto.

Quanto è sbagliato ostacolare la propria fragilità.

FMS

Prendo la mira.

“Tutta la forza che ho gira vorticosamente nel mio corpo,
la tensione mi paralizza i muscoli,
la voglia di lasciarmi tutto alle spalle sta per prevalere.
Qual è la battaglia giusta da combattere?
Quali sono i miei pensieri giusti, e quali sono quelli sbagliati?
Io so cosa sono, e so dove sono.
Ma se cerco di capire dove sto andando, sento di dover gridare, di dover ancora combattere contro i miei nemici e contro i miei amici.
Che stanchezza, con questi pensieri osceni di violenza e dolcezza allo stesso tempo, con queste urla che non riesco a gridare.
Con gli occhi chiusi tengo tutto dentro.
Con gli occhi aperti, posso prendere la mira.”

Andrea Bruschi

Ho deciso di pubblicare parole non di mio pugno perché mi sono emozionata nel leggermi attraverso gli occhi di un altro.

Andrea mi ha incontrata fra le note dei miei concerti, mi ha conosciuta attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica, e ora mi scruta e mi scopre come solo un amico sa fare.

Sono onorata di pubblicare qualcosa che non sia mio, perché in questa amicizia diventa più mio di tanto altro.

La vera amicizia è arte e, come tale, una rarità.

FMS

Oggi.

Oggi inizio da qui: da tutto quello che conosco, da tutto quello che devo ancora imparare , da tutto quello che credo di non sapere ancora.

Oggi inizio da questo cielo che mi guarda e di cui sento il peso e la forza sopra di me.

Oggi inizio dalla mia paura di non essere compresa e da quella di sentirmi bloccata, dal mio costante desiderio di conoscenza e dal mio più grande vizio: la mia ambizione.

Oggi mi sento sostenuta e tremendamente sola.

Oggi non ho davanti certezze, ma un groviglio di possibilità.

Oggi inizio un nuovo percorso e, comunque andrà, so che ci metterò tutto ciò che serve e il minimo che occorre:

me stessa.

FMS

c.so Garibaldi 6, Pavia.

Non so se il cambiamento sia sempre necessario, ma so di per certo che fa parte di me.

Oggi inizia una nuova era e, di conseguenza, ne chiudo una alle mie spalle.

Oggi saluto la mia casa, il mio nascondiglio, il mio posto sicuro: oggi lascio CORSOSEI.

Non è stata una decisone semplice da prendere, ma l’ho fatto comunque e credo che il motivo sia che l’ha fatto lei per me: era arrivato il momento.

Nuovi orizzonti mi si sono aperti davanti e un milione e più di possibilità con loro, mi chiamano e io devo andare.

Queste mura mi hanno insegnato tanto: un mestiere, il rapporto con gli altri e la sottomissione a un sorriso quando vorresti solo urlare contro il mondo, mi hanno insegnato a trattenere le lacrime davanti, ma a lasciarle andare e godermele dietro (le tende bianche del magazzino, nella maggior parte dei casi).

Questo posto mi ha insegnato a rispettare e a farmi rispettare, mi ha insegnato che l’amicizia vera è rara e non sempre facile da mantenere, ma che, se sincera, può superare ogni diversità e ogni momento buio, ristabilendo equilibrio e luce.

Stasera la malinconia regna sovrana in me e non sono in grado di mascherarlo, anzi, non voglio. Ci voglio affondare le mani dentro per scoprirla, conoscerla, analizzarla e giocarci con la punta delle mie dita, esattamente come ho fatto in questi otto anni con ogni tessuto che mi è capitato a tiro.

Ho imparato che la bellezza ti può venir insegnata, ma sta a te accettare di impararla.

Grazie a questo incredibile luogo i miei occhi sono diversi, i miei modi sono cambiati e anche io lo sono.

Questa realtà mi ha fatto da famiglia e me ne ha regalata una nuova: Andrea e Ivana sono, infatti, diventati parte integrante della mia vita e non ho alcuna intenzione di fare a meno di loro.

Non lascerò nulla al caso e vedrete ancora un po’ di me nelle collezioni a venire, che continuerò a scegliere con la mia ex titolare e grande amica.

Le piccole realtà commerciali sono preziosi scrigni che ti arricchiscono ogni volta che li apri e ormai questo non sono più in grado di richiuderlo.

Grazie alle mie clienti affezionate, dolci e gentili, ma grazie anche a quelle arroganti, maleducate e pettegole: mi avete resa una venditrice migliore.

Io chiudo la porta come dipendente per l’ultima volta stasera, ma questo posto non si chiuderà mai al mio cuore.

Io ho un pezzo di lui, lui ha un pezzo di me.

Grazie.

FMS

Se non ti piace qui, cambia: non sei un albero.

“Belli fuori, perché più forti dentro”.

In questi due anni ho rivoluzionato la mia vita tanto da aver pensato di non avere nemmeno una base a cui fare riferimento, un pavimento a cui appoggiarmi, anche perché questo aveva iniziato a prendersi la briga di tremarmi sotto i piedi ogni due giorni, così, giusto per assicurarsi che non mi annoiassi mai.

Paradossalmente per quanto la terra ballasse e il mio desiderio (che dico! Necessità!) di cambiamento fosse all’ordine del giorno, ho riscoperto le mie radici.

Radici forti, robuste.

A differenza di quanto sia comune dire e pensare, le radici non sono luoghi, non sono tradizioni che spesso, per paura, per una qualche aspettativa altrui da soddisfare, tramutiamo in muri, in abitudini; e non sono nemmeno rigide, statiche, ma, piuttosto, resistenti, eterne.

Le mie radici, le mie fondamenta, mi hanno permesso di tenermi in piedi assestando e controbilanciando ogni scossa del pavimento della mia vita, permettendomi di fare un grande salto fuori dai muri che mi ero costruita attorno e, soprattutto, rendendosi a disposizione per attutire l’atterraggio, una volta mi fossi decisa a tornare a terra.

Dopo questi due anni ho capito che la forza che si cerca in sé stessi è importante, ma non sufficiente; è fondamentale, ma non basta.

Ho imparato a fare affidamento sulle mie radici nel momento in cui ho capito che non traevano forza da me, ma per me.

Radici forti, robuste, resistenti, severe all’occorrenza, ma giuste ed eterne: le persone che mi amano, davvero però.

E quanto è più preziosa una gemma, se conosci la sua rarità?

Lettera al mio cane.

Voglio dirti che sei bellissima, che sei la mia piccola e che ti amo tanto.Voglio dirti che porto con me questo momento durante tutta la giornata, da quando mi sveglio a quando vado a dormire, fino alla mattina dopo ancora.

Voglio dirti che amo il tuo odore e darti i baci sull’ arricciatura della pelle che hai sotto la guancia, come alzi il sopracciglio quando non capisci cosa sta accadendo e il “muggito” che emetti per richiedere attenzioni.

Voglio dirti che mi ricordo quando avevi pochi mesi e mi hai difeso dai cattivi della TV, perché non avevi mai visto un film, né una televisione così grande, ma ti sei messa comunque fra me e loro.

Voglio dirti che mi ricordo quante lacrime ho versato, nel cuore della notte, quando sei salita sul tavolo da lavoro della cucina, hai mangiato pane fino a scoppiare e quel dannato “stomaco da alano” ha rischiato di rovesciarsi; o quando, di risveglio dall’ anestesia, piangevi e guaivi, e io, come una pazza, mi sono messa a piangere e urlare in mezzo alla clinica perché qualcuno venisse ad aiutarti.

Voglio dirti che adoro quanto sei dolce con tutti quelli che incontri, e, ancora di più, adoro ridere quando ringhi ai cartelli stradali, nella penombra, perché non capisci esattamente cosa siano.

Voglio dirti che non sei troppo grande o ingombrante per stare in casa, che non sei troppo scoordinata per essere stupenda mentre corri sul prato.

E voglio dirti che quelli che hanno qualcosa da ridire a tal proposito, non capiscono un cazzo e mi dispiace per loro. Avranno altri tipi di amore, altri meravigliosi tipi, ma non questo.

Voglio dirti che sono sempre stata gelosa di te e che lo sarò sempre.

Voglio dirti che non sei solo un cane per me e non lo sarai mai.

Voglio dirti che non sei tonta, sei gentile.

Voglio dirti che, comunque vadano le cose tra noi “umani”, tu sarai sempre la scelta giusta e sarai sempre la più umana fra tutti.

Voglio dirti che ogni tanto il tuo ricordo richiama sensazioni dolorose per me, che sono tali a prescindere da te, ma che rivivo con un nostalgico sorriso, se vuol dire pensare a te, se vuol dire ricordarmi che rifarei tutto da capo, anche il brutto, se volesse dire scegliere te, ancora una volta.

Volevo dirti tutto questo, anche se c’è molto molto di più, anche se non lo puoi capire, anche se lo hai sempre capito, anche se già lo sai.

Volevo dirtelo per il tuo compleanno, anche se “se sei solo una cane”.

Ma sei il mio.

La chiamavano Buster Keaton.

Avete mai avuto un ammiratore?

Non vi sto parlando di mazzi di rose rosse recapitati in momenti tattici e luoghi studiati.

Parlo della persona che urla il vostro nome (seguito da una serie di complimenti fuori luogo) dagli spalti quando stai per metterti in ridicolo di fronte a tutta la scuola, che ti fa spazio nel suo letto quando i brutti sogni non ti lasciano in pace la notte, che lascia le proprie amiche per venire a mangiare con te alla mensa, perché hai litigato con la tua compagna di stanza e siete bloccate in un paesino sperduto dell’Inghilterra per almeno un altro paio di settimane.

Quando avevo poco meno di 3 anni, i miei genitori hanno avuto la brillante idea di “liberarmi dal peso” di essere la perfetta principessa e perfetta figlia unica che qualunque essere umano avesse mai potuto desiderare, per appiopparmi un soldo di cacio che nel corso degli anni si sarebbe dimostrato la principale causa delle mie lacrime versate.

Nessuno può immaginare quante botte si possano dare due bambine, a meno che non abbia visto litigare me e mia sorella: tante, ma così tante che mamma, ormai esasperata e perse le speranze, era solita dire: “intervengo solo quando inizio a vedere il sangue”.

Il giorno e la notte, il bianco e il nero, il cane e il gatto.

Si, se vogliamo star lì a vederla tutta, sono “facce di una stessa medaglia”, ma senza andare troppo per il sottile, qui il concetto era tutt’altro: non ci sopportavamo.

Io la volevo fuori dalle scatole, e lei, probabilmente, mi voleva morta.

Succede però, durante l’infanzia, di trovarsi in balia di tate, parenti, amici di famiglia e amici di amici di famiglia, perché i propri genitori fanno i lavori più fighi del mondo e che, purtroppo, se non hanno la possibilità di portarsi appresso la prole, li constringono ad andare a zonzo per il sopracitato.

Benché, tutte queste persone fossero, e sono tutt’ora, davvero speciali, nessuno è come mamma e papà.

Succede inoltre, nel corso della vita, di incontrare personaggi peggiori di quella che divide la camera con te, ti tira i capelli e non sorride mai (giuro, MAI). E allora scatta in te quel senso di gelosia, possesso, con quel pizzico di sano autolesionismo (sicuramente dettato dall’ambiente sereno che è la scuola dalle suore), che ti fa dire “IO posso trattarla male, TU NO! BULLETTO DEI MIEI STIVALI!” (la mia versione fanciullesca era molto più fine dell’attuale) e che ti fa, conseguentemente, finire dalla direttrice con una serie di lividi ed escoriazioni sparsi per il corpo.

Da lì, non è ancora ben chiaro cosa sia successo, probabilmente mamma ci ha rinchiuse da qualche parte e rifilato un qualche tipo di tranquillante per cavalli da lei creato in laboratorio, ci siamo amate.

Un amore profondo, viscerale, quasi morboso.

Un amore che mi rende più gelosa di lei che di qualsiasi altro uomo abbia mai incontrato nella mia vita, che mi ha fatto minacciare ragazzini di 1 metro e 90 (vs i miei 157 cm) con il solo potere intimidatorio del mio indice destro, sventolato in maniaera minacciosa sotto i loro (alti) nasi, che mi fa piangere come una fontana ogni volta che lei sale, anche solo per sbaglio, su un palcoscenico.


Quindi, fatemi capire, dopo tutti questi sforzi, queste sopportazioni (fisiche e non) dovrei semplicemente accettare che lei vada per la sua strada dopo avermi stravolto l’esistenza?
Non è già difficile lasciar andare cose, momenti e persone che hanno sempre fatto parte della tua vita, fino al secondo immediatamente precedente?

Non credo di essere in grado di accettare il fatto che mia sorella possa crescere: invecchiare, migliorarsi, cambiare.. Non posso accettare l ‘idea, nemmeno un attimo, che possa continuare, e riuscire, a fare tutto questo senza di me.

Come fai a lasciar andare chi è stato il punto fermo, le radici e l’ossigeno di tutta una vita?

Solo l’idea mi mette i brividi.

Cerchiamo, aspettiamo, imploriamo ci caschi davanti il Vero Amore per tutta la vita, per poi vederlo spiccare il volo?

Lei è l’ Amore.

Un amore che mi fa scendere le lacrime mentre scrivo.

Un amore che mi ha incoraggiata a vincere le mie paure, che mi ha spinto a credere nella forza dei miei sogni, che mi fa sentire grande ed invincibile.

Un amore a cui non potrò e mai vorrò rinunciare.

Perché un amore così capita solo una volta nella vita.

Buon compleanno, piccola mia.

Medicina Amara.

Per centinaia di anni si è parlato, scritto, cantato e psicanalizzato la fine delle relazioni, ipotizzando teorie, calcolando esoterici algoritmi o più semplicemente facendo una “capa tanta” alle persone che ci sono attorno, aggrappandoci al minimo e più insignificante battito di ciglia perché ci dicesse “ecco a te, sul piatto d’argento dei piatti d’argento e senza tanta fatica, la soluzione al tuo rompicapo e, sopratutto, al tuo dolore”. E tutto ciò non è mai servito assolutamente a nulla.

Quando un amore finisce c’è poco da star lì a tirar giù l’oroscopo del tuo e suo segno, perché quando un amore finisce fa un male allucinante.

La cosa più importante in assoluto, a questo punto, è allontanarvi drasticamente da quelle persone che, per amore nei vostri confronti, per malizia, per sana condivisione di autolesionismo, perché riconoscono in voi la cavia da laboratorio perfetta per i loro esperimenti emotivi o, solo perché, in fondo, non gli state poi così tanto simpatici, vedono nel dolore della vostra situazione il disperato grido del paffutello Amore che dice “ritentate, tornate insieme”: non ascoltateli.

Perché altro che dolore! Rimettersi con la persona che non si ama è come prendere la rincorsa per il regno di Ade, la versione masochista, mentre i diavoletti del mal di pancia, della gastrite, delle notti insonne e della mancanza di appetito fanno festa grande intonando a grand voce “oh happy days”: non fatelo.

In realtà, vorrei spezzare una lancia a favore di quegli innamorati che si sono impegnati a tornare sui loro passi, hanno ammesso le proprie colpe e lavorato sui proprio errori al fine di riprovarci. Strano, ma vero esistono anche coppie che dopo tutto ciò ce l’hanno anche fatta a tornare insieme, felicemente sinceri e sinceramente felici, ma sono coppie, e persone, belle e misteriose come i Licaoni: rare e in via d’estinzione.

Badate bene, il mio non vuole essere un elogio al degrado, al suicidio emotivo né, tanto meno, alla rassegnazione.
Credo, però, importante ricordarsi che se una relazione finisce esiste un motivo, inizialmente oscuro, criptico o falsamente chiaro e cristallino, ma esiste. E, nella stragrande maggioranza dei casi, riguarda entrambi i capi del filo chiamato “coppia”. 

Ma, sopratutto, se una relazione finisce la cosa più importante è prendersi del tempo.

Tempo per capire, per guardarsi allo specchio, per arrabbiarsi e, perché no, per piangere se necessario. Tempo che puó comprendere anche l’ascolto di canzoni spacca cuori e dignità (poco, poco tempo in questo caso).

E questo tempo è fondamentale per qualsiasi scelta vogliate prendere a tal proposito, che vogliate tentare di salvare qualcosa o che decidiate di rinunciarvi definitivamente.


Perché è un tempo testardo, il tempo da soli.

Se non gli date retta si presenterà quando meno ve lo aspettate e probabilmente quando vi starete mettendo in gioco con una nuova relazione.

È un tempo testardo, ma necessario.

È lo sciroppo per la via all’indipendenza. 

È la medicina amara della mamma, ma la mamma, si sa, ha sempre ragione.

Alla fine di un amore, e di tutte le sue sottocategorie, restano dei buchi nel cuore, che sanguinano copiosamente, bruciano e fanno male.

Nella migliore delle ipotesi diventeranno cicatrici. E come tali, per crearsi, hanno bisogno di tempo.

Perché quando una relazione finisce, una parte di te resta lì con lei a morire, ferita ed inerme sul campo di battaglia e per quanto questo, dopo tempo, sia pieno di ragnatele e silenzio, quella parte è ancora laggiù. 

Duro da ammettere.

Diamoci tempo.

S.

23 anni (di eleganza) dopo.

Un sabato mattina come tanti altri, mentre ti trascini verso il bagno con la stessa eleganza di Melman in Madagascar;

ti arrampichi sul lavandino nemmeno fosse il K2, arrivi al rubinetto, apri l’acqua fonte essenziale di vita e di “no mamma, ancora 5 minuti”;

ti lavi via i calcinacci dalla faccia e la voglia di vivere;

ti incroci, per sbaglio (e che sbaglio) allo specchio, tanto carina che nemmeno ti riconosci e per un momento pensi di essere finita in uno di quei film in cui gente a caso esce da posti altrettanto a caso, morta, brutta (tanto brutta) e viene ad ucciderti,

ti sfreghi gli occhi e realizzi:
“OGGI LA MIA AMICA SI SPOSA!”
Alzi di colpo la testa, piena di energie, 
fiera, ti volti di scatto 
e ti spalmi con una craniata ben assestata contro l’anta dell’armadio che avevi dimenticato aperta.

Sono la testimone. 

Nonsense

Avete presente quelle giornate belle da morire? Dove non vi sentite solo di buon umore, ma allegri, un po’ sciocchi?

Esistono giorni in cui tutto ha un senso e non lo ha per niente, a voi va bene così, o neppure, tanto non importa.

È come se la vostra giornata fosse stata partorita direttamente dalla penna di Toti Scialoja: tutto è ciò che non è, può sembrare una cosa e, in realtà, è tutt’altro… Forse.

Come se vivessimo in una poesia dell’assurdo, dove dovremmo essere i protagonisti indiscussi e, invece, passiamo in secondo piano perché

il lupo peloso del Peloponneso, balla sul mondo al cielo appeso. Non ha la ragazza, la vorrebbe un po’ pazza: che urli, che strilli e che dopo starnazza

con la zanzara dalle zampe azzurre, una zebra viola per la savana corre, non hanno paura, conoscono il vento, che le porterà lontane nel tempo.

Chiaro no?

S.