Una donnaccia a Sanremo.

Per quanto l’abbia trovata deliziosa, non credo che il Web senta l’esigenza anche della mia versione di “Brividi”.

Ciò premesso, una nota a margine a questo Festival la vorrei lasciare anche io.

Se davanti alle telecamere alcune figure hanno occupato minuti e minuti del nostro tempo senza dire assolutamente niente, pur parlando tantissimo, una in particolare mi ha lasciata d’incanto.

Drusilla Foer ha padroneggiato la scena con ironia e forza, senza cadere rovinosamente fra banalità e squallore, come, invece, spesso accade in questi contesti; e, sopra e sotto il palco, mi ha regalato diversi spunti di riflessione.

No, non ho alcuna voglia di approfondire nemmeno uno dei temi di levatura che ha toccato, ma il suo temperamento intelligente mi ha colpita.

Tralasciando il soddisfacente — almeno per quanto mi riguarda — scambio di battute con la Zanicchi, mi piace che una “non-donnina”, abbia dettato i canoni di eleganza in un luogo che di donne ben vestite ne ha viste sfilare — non certo co-condurre — tantissime, per più di mezzo secolo.

Non a caso, l’eleganza è “un falso mito”, in quanto naturalezza nell’essere a proprio agio con ciò che si dice, si pensa e che si è.

“Non c’è nessun abito che possa rendere una donna elegante.
Ben vestita forse, ma certamente non elegante”.

W le donnacce.

FMS

Il secondo giorno di un nuovo anno.

Il mondo dei Social Media, e del Web in generale, è tanto interessante e affascinante quanto vizioso e maligno: gentili amici, ecco il concetto più inflazionato e spesso banalizzato dei nostri tempi. Non per questo, però, è meno vero.

Così, inizio questo 2022 ammettendo qualche verità un pochino più intima, affrontando questo piccolo grande pubblico, e, forse anche nel cercare fragile e imbarazzato supporto, vorrei provare a dare una mano a chi qui in mezzo a tutto questo marasma di buoni propositi, di vite da copertina all’apparenza perfettamente riuscite, si sente in difficoltà o magari non completamente a suo agio.

In tutto ciò le feste non sempre aiutano, a differenza di quanto si possa immaginare.

Eccomi qui: sono stata appena operata alla spina dorsale, ho passato il Natale in ospedale, e non crollo sotto il peso di una crisi esistenziale perché sono in terapia da alcuni anni.

Che razza di introduzione è questa?

Sicuramente bruttina, ma vi chiedo di essere indulgenti: si trattava della parte più difficile.

Infatti, orgogliosa e più sensibile al giudizio altrui di quanto mi piaccia ammettere, ho iniziato il mio percorso terapeutico terrorizzata più dal fatto che qualcuno lo venisse a sapere, piuttosto che dai motivi dai quale nascevano le mie difficoltà e dai “perché” che mi avevano portato fino a lì.

Non mi metterò a raccontare nel dettaglio le peculiarità dei miei problemi personali: restano fatti miei, non sono impazzita.

Ci tenevo, però, a confessare apertamente che, più volte di quanto voglia ammettere, mi sono ritrovata spalle al muro, bloccata in situazioni che non mi facevano sentire a mio agio; bloccata in sentimenti che sentivo limitanti; bloccata in rapporti che trovavo, a tratti, addirittura avvilenti.

“Cicala in un mondo di formiche”, dove solo queste sopravvivono all’inverno perché hanno messo davanti la realtà dei fatti e da parte sogni ed entusiasmo, era la più frequente definizione che mi veniva etichettata sulla fronte.

Lì, tra quelle spoglie sopracciglia, comunque troppo espressive o troppo suscettibili alle emozioni, la mia faccia e le sue mimiche rimanevano incastrate, tanto da suscitar fastidio alla mia professoressa di Lettere del liceo, e da essere secondo lei motivo di nota sul registro.

Lungo il mio percorso (non credo esista termine più indicato per descrivere la psicoterapia), ho imparato ad apprezzarmi di più, scoprendo di non sopportarmi per niente e arrivando, anche, ad autosabotare me stessa, i miei progetti e le mie relazioni; ho imparato a dire ad alta voce cosa mi piacesse e cosa no, e, soprattutto, ho imparato a dire “No”.

Conoscete la forza di un No?

Se non ci avete mai riflettuto è perché o siete dei folli completi (e avete la mia simpatia); o avete una psiche di ferro e le emozioni sono il vostro pane quotidiano (un po’ vi invidio); o avete circa 80 anni e magari accompagnati da un principio di demenza senile; oppure siete nei pressi di dove ero io qualche tempo fa, e siete così abituati a mettere le esigenze altrui prima delle vostre che non solo non sapete cosa sia un no, ma tantomeno cosa s’intenda per “confine” o “paletto”.

Temo così tanto di deludere le persone che amo, che spesso mi dimentico di essere qualcuno che amo anche io. (Nikita Gill)

Ora, oltre a non voler raccontare nello specifico le difficoltà della mia esistenza, non intendo nemmeno fare della psicologia spicciola.

Dimessamente, ma un po’ più consapevole, ci tengo a parlare direttamente alla persona che sta leggendo queste righe, e che magari si sente persa, per dirle che può accadere e che spesso è sinonimo di particolare sensibilità.

Ci vorrebbe più spazio sul web dedicato alla cura di sé (no, non parlo di beauty routine) e all’abbattimento dei muri e delle maschere, gadgets imperdibili della vita di molti? Assolutamente si.

Sarò io a ergermi paladina della massa in difficoltà emotiva? Direi di no.

Questa foto, però, mi ha ricordato che sono stata tante volte spalle al muro, ma il coraggio di mettermi in discussione, l’impegno (tanto impegno) per sovvertire l’ordine di una routine e di una vita in cui non mi riconoscevo, la forza di stravolgere la dannosità di abitudini, relazioni e idee tossiche (e, ovviamente, una psicoterapeuta degna di nota), mi hanno insegnato a usare quei muri per darmi lo slancio per abbatterne altri, anche quelli che ancora non vedevo, e per spingermi un po’ più in là, più di quanto mi fossi mai concessa di immaginare.

Buon 2022 e un bacio,

FMS

Inquieto autunno.

Ufficialmente conclusa la stagione dei matrimoni 2020/21 (a noi piace misurarli così: in anni accademici), mi sono concessa del riposo concreto, staccando il telefono per un’intera giornata, godendo della potente trasformazione della stagione estiva nell’inquieto autunno.

Che settembre, con le sue piogge indolenti e i suoi venti appiccicaticci, spazzi via la stagione del sole e delle risate, inzuppando il fondo dei nostri pantaloni e i ricordi delle vacanze (degli altri), è cosa nota a molti.

Per questi “molti”, però, indica ripresa, un nuovo inizio, e per quanto di prospettiva e leggerezza io cerchi sempre di cibarmene il più possibile, a me settembre mette addosso una profonda tristezza.

Ogni volta, a questo punto dell’anno, rivivo la sensazione di salutare il più caro degli amici in aeroporto, prima che prenda il volo verso incredibili nuove possibilità, di cui è indubbiamente meritevole e che lo renderanno incredibilmente felice, ma che, in quel momento, realizzando di essere anche una persona egoista, speri non vadano in porto, per continuare a godere della sua compagnia ancora per un po’.

Io nei confronti di Mirko e Valentino funziono esattamente allo stesso modo: meritevoli delle opportunità che settembre tiene in serbo per loro, spero sempre che il tempo trascorso insieme gli lasci addosso un segno tanto indelebile, che la mancanza della nostra convivenza (perché di questo si tratta, con i relativi alti e bassi), non gli permetta di pensare ad altro che ai mesi passati spalla a spalla, a scambiarci occhiate (e occhiaie), sfiniti ed entusiasti per quella meravigliosa cosa chiamata Those2 and I

Che poi, come ogni anno, la primavera successiva arriva presto, e ricomincerò a lamentarmi della loro rumorosa, ingombrante e sempre adorabile presenza.

FMS

A Daniela

Come una voce morbida che mi culla,
ma che non riconosco;
una canzone dalla melodia familiare di cui, però,
non ricordo le parole.

Nella mia mente consapevole, realizzo la fugacità del tempo, ma fissa in me resta l’eternità di questo momento:
nei miei occhi la donna che sei, nel mio cuore la bambina che per me sempre resterai.

Per sempre nostre.

Tua sorella

Nemmeno tu.

Se ho capito qualcosa del mio percorso fino ad oggi, è che non ci ho capito molto; ma, in compenso, ho imparato a riconoscere la costanza delle difficoltà andare a braccetto con momenti di vera leggerezza, alternandosi con facilità non tanto per mio impegno, ma per la presenza, o meno, di determinate persone nella mia vita.

Così, insistere nella solitaria cocciutaggine dell’esito del proprio percorso è una pratica che sto cercando di abbandonare.

Nel frattempo, tra un passo giusto e uno sbagliato, ho capito una delle cose più importanti che potrò mai portarmi dentro: non mi è ancora chiaro se le persone ti capitino per caso o per un motivo ben preciso, ma sono sicura che nessuna per caso ti rimanga accanto.


Qualche volta scegliere una persona può essere arduo e testardo, una promessa più grande delle proprie possibilità, ma alla fine del giorno è una salvezza avere il coraggio di aggrapparsi a qualcuno che ti ama quando non ti ami nemmeno tu.

FMS

Tendini.

Impaziente cronica e mal gestrice (si dice così?) della tensione, sono comunque abilissima nell’annoiarmi mentre procrastino qualsiasi dovere e mi faccio divorare dall’ansia da prestazione e fallimento, ovviamente.

Ci sguazzo in questa inquietudine da me e solo me medesima procurata e pilotata?
Probabilmente sì, chi può dirlo.

Intanto, “Che noia, che barba, che barba, che noia!” direbbe il nostro insostituibile guru televisivo e io, invece di concludere un pensiero, mi soffermo sull’apparente lunghezza e flessibilità dei miei tendini (dono da parte di Madre, non c’era bisogno di dirlo) che comunque non mi sono assolutamente serviti a un granché fino a questi miei 30 anni.

Buon proseguimento di serata,
FMS

Certezze.

Gli anni passano, è inevitabile, ma il lato positivo della saggezza è che uno, a una certa, spera anche di esserselo conquistato qualche caposaldo cui affidarsi ciecamente nei momenti di difficoltà.


È vero che le certezze che disperatamente si cercano nella vita sono spesso a spese della verità, ma dai, almeno qualche sicurezza sul proprio Io!

E invece no, schietta la verità cala la sua scure e la consapevolezza si fa largo tra le effimere conclusioni conquistate negli anni: un gelido risveglio dal torpore della propria ingenuità.


Così ogni giorno si fa palco di nuove consapevolezze, alle volte corroboranti, ma più spesso disarmanti e difficili da accettare.

Gentile pubblico, mi piace il K-Pop.

Share me with me.

Eartha Kitt, On love and compromise

During the end of 2018 I was going through a bad period that I was looking forward to overcoming and taming as quickly as possible.


Today, almost two years after that period, I am grateful that it seemed quite interminable, so that I was able to go through it in order to really overcome it.


As often happens, the randomness made me stumble in a video whose text I report here as follows.

“A man come into my life and I have to compromise?
You must think about that once again.
[Laughs]
A man comes into my life and you have to compromise?
For what? For what?
For what?
A relationship is a relationship that has to be earned, not to compromise for.
I fall in love with myself,
and I want someone to share it with me.

I want someone to share me with me”.


Too many times I put my love for someone else before the one for myself.

Questioning myself just because a man left overnight.
And how could a brave, smart, strong woman hope for his return? For living with the doubt he could leave again any day now?


I don’t even know what motivates people to ask for trust, love, affection, honesty.. to only escape after that.

Escape? Escape from what?
I don’t know and I don’t care.
Not my business.

And I should understand it’s not my fault if I trust someone else (that’s courage!) risking and putting myself out there.


But it’s been my fault underestimating myself for someone not able to be on my level.. of trust, love, affection, honesty.


It’s been my fault that I questioned this woman, wondering what’s not enough with me?, while I should have been telling myself:

I did my best and I deserve this best. Did he do enough?
Sorry not sorry. Ok, maybe now I’m not okay; maybe I still love you because I risked and I fell.. but I deserve better.


This is a message to all the broken hearted people out there like I was: Love doesn’t make you cry.
Love is the time for laughs.

It is not wrong to feel bad, but it is wrong to blame yourself.
Remind to yourself:

“I deserve someone to share me with me”.


In the hope that whoever needs will have the chance to stumble in it,

FMS


Eartha Kitt, On love and compromise

Credo.

Questi mesi hanno cambiato le persone che ho intorno e stanno cambiando me stessa per prima: non credevo fosse possibile.

Non lo credo nemmeno ora.

Questo periodo non ha preso potere sulla vita, ha solo permesso che io la riprendessi sulla mia.
Non credevo di mettere in discussione molte delle scelte, oramai divenuti capisaldi, prese negli ultimi anni.
Non credevo di accorgermi di sorridere per cose che ritenevo marginali, e di vedere più che crepe che sostanza in tutto ciò che credevo essenziale e motivo di orgoglio.


Per cosa lo faccio? Per chi lo faccio?


Credevo che domande così semplici avessero risposte altrettanto semplici: non solo mi sbagliavo, ma non avrei mai pensato che ammettere di sbagliarsi fosse così difficile.


Un po’ più semplice è stato capire che riesco a imparare qualcosa di nuovo su me stessa di continuo e questo, per quanto mi sorprenda ancora, mi piace.


Quindi, spingi in avanti, oppure fermati se devi, “ma tu non avere nostalgia di chi non sei più”.

FMS

“..” Camilla Ranzulli, Ph Daniela Savio

Al largo.

Una mia artistica amica ha detto che il mare è amico delle donne, non so se valga per tutte e in che modo, ma sicuramente posso dire che il mare per me è stato amico di pensieri e scritti belli, e lo è tutt’ora.

Mi ha accompagnata in una riflessione sull’amicizia e mi ha portato al largo, allontanandomi dalle banalità sull’argomento per lasciare che mi ponessi diversi quesiti, dandomi pazientemente anche il tempo per risolverli.

Accantonato per un momento il sempre verissimo un amico è raro come un tesoro, mi sono resa conto, allora, che l’amicizia fra “sofferenti” è un animale mitologico, di cui si è sentito parlare, ma che nessuno ha mai incontrato, perché sfida, combatte e vince la competizione artistica e si poggia sul bisogno di viscerale di condividere e confessare che proprio non ci riesci a spiare il mondo dal buco della tua serratura, ma che ci devi mettere le mani dentro e farti coinvolgere, per quanto doloroso possa essere.

Un caro amico mi ha scritto confessandomi un momento di difficoltà e ha usato, cito testualmente, queste parole:

“avevo bisogno di dire queste cose a qualcuno che potesse capirle fino in fondo, qualcuno con una profondità simile alla mia, perché certe cose si adagiano lì, pesanti, e non riesci più a farle galleggiare.”

Meraviglioso il fatto che, durante una riflessione tra me e le onde, un amico mi chiedesse di aiutarlo a “galleggiare”.

Musicisti, pittori, fotografi, ballerini, creatori di bellezza: tra le mie amicizie ho, senza ombra di dubbio, un ventaglio di gemme preziose. Eppure credo che gli scrittori siano i più soggetti alla malattia: costretti a vivere tra le righe, dove si annidano tante piccole cose, intime, leali e pesanti verità che ti tirano a fondo, trascinate dalla consapevolezza di dover leggere il mondo intorno a te in un modo diverso, come un dovere non riconosciuto di cui senti il peso della responsabilità.

Non è peccare di presunzione, e non mi aspetto assolutamente che tutti capiscano cosa intendo, ma molti lo faranno: sfortunati anche voi, dico io.

“Una profondità simile alla mia” mi ha dato una scossa. È difficile trovare qualcuno che capisca cosa significhi soffrire delle cose belle e di quelle brutte, del bene e del male allo stesso modo. E non ho detto “vivere”, ho detto “soffrire”: la maledizione del sentire nell’amplificazione, che è una sofferenza.

Ho parlato lui come se parlassi a me stessa, alla Me delle notti sveglie e cariche quando devo (devo?) mettere nero su bianco la mia insonnia.

“Nelle giornate così, ricordati che la tua sofferenza è una dono. Ricordati che saper scrivere non significa mettere giù parole in fila, ma mettere giù te e mettere in fila pezzetti di te.

Per questo e solo per questo non sei qualcuno che scrive, ma sei uno scrittore.”

Poi, tra una parola e l’altra, un’onda e l’altra, mi blocco per un momento, e il mare sembra esitare con me: e se non si trattasse di responsabilità? E se semplicemente fosse un errore, un deficit, un’incapacità a vivere diversamente?

A questo non ho ancora trovato risposta.

FMS

Pic by Warren Keelan