Crepe.

Perché in fondo lo sento di essere vasta, immensa, ricca di tutte le possibilità e potenzialità che la vita mi vorrà regalare.

Ricca di opinioni e imprecisioni, di riserve e occasioni, di paure e certezze

mi sento viva

e da queste ergo le mie fondamenta.

Viva, forte e indelebile

come tutte le profonde crepe che disegnano e scavano il mio corpo,

ma lo tengono insieme.

FMS

Nitido.

Alle volte mi viene spontaneo chiedermi

Cosa ne sa dell’amore

chi non ha mai dovuto

odiare

proprio ciò che più

amava.

Poi penso alla tua forza,

mio cuore, caro amico mio,

e non ci sono più domande,

non servono più risposte:

questa ingiusta afa si trasforma

in una tempesta nuova di zecca,

gli sfocati colori delle mie paure mutano

in nitidi atti di coraggio.

FMS

Gesti. Gesta. Gesti.

Di gesti piccoli,

un fiore regalato

il bacio all’angolo delle labbra, il sorriso subito dopo

il bruciore del viso che nasconde l’imbarazzo

le mani che si sfiorano e si aggrappano di nascosto

il vuoto da aereo in decollo alla bocca dello stomaco

la canzone a squarcia gola sotto la doccia

le grandi promesse sancite da una stretta di mano

che smorza il disagio

la gola secca e lo sguardo abbassato

le labbra morsicate e le dita martoriate

l’odore della pelle che diventa profumo

il cuore pieno

una risata,

ma che dico,

di grandi gesta

è fatta la voglia di innamorarmi di te.

FMS

Ognuno.

Ognuno ha il proprio modo di amare, di soffrire, di essere felice o triste.
Ognuno ha il diritto di vivere e di salvarsi dalla vita come meglio crede.
Ognuno ha il dovere di proteggersi, tutelarsi, perdonarsi, come il diritto di mettersi in gioco, in dubbio, di pentirsi.
Ognuno deve poter gestire i propri sentimenti e il tempo dentro essi come meglio riesce.
Ma ognuno può conoscere davvero cosa sia l’amicizia solo in un unico modo:
essendo un amico.
FMS

Che mi farò perdonare.

Giacomo fissa il vuoto giocherellando con il suo orecchio destro. Il gomito è alto, appoggiato alla spalla della mamma che parla al telefono in modo frenetico, e in modo altrettanto frenetico fa ballare le ginocchia e la borsa che ha appoggiata sopra.
Lui si fissa i piedi, a penzoloni, oscillare sopra il pavimento lucido; lei lo guarda un secondo, e non riesce a fermare una carezza fra i suoi capelli.

Luca entra e si pone esattamente fra me, Giacomo e sua madre.
Ha l’aria di chi ha in pugno il mondo: il giubbotto giusto, i pantaloni giusti, le scarpe giuste, il risvoltino perfettamente stirato e tanto profumo troppo profumo addosso, ma non si è accorto che ha la patta aperta. Sorrido. Quando incontrerà Carlotta, tutte le sue certezze vacilleranno.

Anita mi si è appena seduta accanto: jeans neri stretti, stivaletto con tacco, capottino nero e capello a falda larga color cammello, digita a grande velocità sul suo iPhone e ha una meravigliosa Hermes sotto braccio: credo quella di sua madre, perché non ha sicuramente più di 16 anni.
Per ora le basta una borsa firmata per essere felice, per ora.
Pietro è accanto a lei, circa la stessa età e molto sicurezza in meno, la guarda con la coda dell’occhio ed è già innamorato perso.

Gaia e Paolo entrano avvinghiati, forse troppo per essere in pubblico, o almeno questo è ciò che pensa la signora Luisa che li sta squadrando con aria schifata: a partire dal palmo aperto di lei nella tasca dietro dei jeans di lui, fino alle labbra intrecciate sotto agli occhi chiusi, che non ancora sanno dureranno così solo fino al 23 del mese prossimo.
Il suo Alberto la baciava solo in segreto, e questo la faceva sentire speciale.

Marika ha lo sguardo basso, gli occhi gonfi e sembra in apnea da giorni. Le lacrime sono lì per scivolare di nuovo sulle guance esattamente come hanno fatto per tutta la notte, come se superflue non sappiano rimanere in lei, ma solo scappare lontano.

Per lei ho sbagliato tutto.
So di non essere perfetta, ma non accetto di aver sbagliato tutto con lei: credeva in me e l’ho delusa.
Non ho giustificazioni per il pessimo lavoro che ho fatto, ma nelle mie infinite forme mi ha ancora con sé. Non lo sa ora, ma mi ha ancora con sé: nei baci di sua madre, negli sguardi di sua sorella, nelle code dei suoi cani, nel profumo di suo padre, nelle risa dei suoi amici.
Lei mi ha ancora con sé.

Sono Amore e non sono perfetta.

Giacomo e la sua mamma si allontanano per mano; Luca si mette le cuffie e si avvia con aria ancora più spavalda; Anita si sistema un rossetto forse troppo scuro per i suoi anni, e si affretta immediatamente dopo; Pietro esita un secondo, ma con pazienza la segue prima con lo sguardo, poi con i passi: ha ancora 3 anni scolastici a distanza di 2 banchi per dichiararsi, ma non lo farà; Gaia e Paolo si muovono incollati, come un unico individuo, a lei arriva un messaggio che silenzia in un colpo di pollice;
Marika è ancora qui, si è seduta esattamente davanti a me e non riesco a incrociare il suo sguardo.
Vorrei guardarla e dirle che mi dispiace, che mi dispiace tanto, ma mi pervade la vergogna e non ci riesco.

Restiamo in silenzio. Restiamo fino a che servirà.
Lei ora più che mai ha bisogno di sentire che sono ancora qui, che mi ha ancora con sé, che mi farò perdonare.
Anche io, spesso, ho bisogno di essere perdonata.

Il giorno in cui, di domenica.

La domenica è il giorno in cui vedo i miei genitori e chiedo loro consiglio.

La domenica è il giorno in cui programmo la settimana, il lavoro, gli impegni e, soprattutto, le cene dove il mio migliore amico mi stravizia in cucina.

La domenica è il giorno in cui chiacchiero al telefono per ore, o addirittura riesco a uscire a prendermi un caffè, con le mie meravigliose amiche, che il lavoro e l’età adulta hanno portato in città lontane e condotto per vite nuove e impegnate.

La domenica è il giorno in cui bacio la fronte della mia sorellina, per dirle che andrà tutto bene, anche se è diventata grande e vive per i fatti suoi.

La domenica è il giorno in cui passeggio in religioso silenzio con i miei cani per ricordar loro che un’adozione è per sempre, anche se il lavoro durante la settimana mi impegna parecchio.

La domenica è il giorno in cui faccio pace, perché la rabbia non sta bene abbinata ai miei occhi.

La domenica è il giorno in cui passeggio mano nella mano con il mio fidanzato, improvvisamente ignara che il giorno seguente sarà di nuovo lunedì.

La domenica è il giorno in cui scrivo di più, perché la mente si svuota dello smog della città e corre su una collina a guardare il cielo.

La domenica è il giorno in cui non importa come sia andata la settimana, io imparo a essere felice.

Al largo.

Una mia artistica amica ha detto che il mare è amico delle donne, non so se valga per tutte e in che modo, ma sicuramente posso dire che il mare per me è stato amico di pensieri e scritti belli, e lo è tutt’ora.

Mi ha accompagnata in una riflessione sull’amicizia e mi ha portato al largo, allontanandomi dalle banalità sull’argomento per lasciare che mi ponessi diversi quesiti, dandomi pazientemente anche il tempo per risolverli.

Accantonato per un momento il sempre verissimo un amico è raro come un tesoro, mi sono resa conto, allora, che l’amicizia fra “sofferenti” è un animale mitologico, di cui si è sentito parlare, ma che nessuno ha mai incontrato, perché sfida, combatte e vince la competizione artistica e si poggia sul bisogno di viscerale di condividere e confessare che proprio non ci riesci a spiare il mondo dal buco della tua serratura, ma che ci devi mettere le mani dentro e farti coinvolgere, per quanto doloroso possa essere.

Un caro amico mi ha scritto confessandomi un momento di difficoltà e ha usato, cito testualmente, queste parole:

“avevo bisogno di dire queste cose a qualcuno che potesse capirle fino in fondo, qualcuno con una profondità simile alla mia, perché certe cose si adagiano lì, pesanti, e non riesci più a farle galleggiare.”

Meraviglioso il fatto che, durante una riflessione tra me e le onde, un amico mi chiedesse di aiutarlo a “galleggiare”.

Musicisti, pittori, fotografi, ballerini, creatori di bellezza: tra le mie amicizie ho, senza ombra di dubbio, un ventaglio di gemme preziose. Eppure credo che gli scrittori siano i più soggetti alla malattia: costretti a vivere tra le righe, dove si annidano tante piccole cose, intime, leali e pesanti verità che ti tirano a fondo, trascinate dalla consapevolezza di dover leggere il mondo intorno a te in un modo diverso, come un dovere non riconosciuto di cui senti il peso della responsabilità.

Non è peccare di presunzione, e non mi aspetto assolutamente che tutti capiscano cosa intendo, ma molti lo faranno: sfortunati anche voi, dico io.

“Una profondità simile alla mia” mi ha dato una scossa. È difficile trovare qualcuno che capisca cosa significhi soffrire delle cose belle e di quelle brutte, del bene e del male allo stesso modo. E non ho detto “vivere”, ho detto “soffrire”: la maledizione del sentire nell’amplificazione, che è una sofferenza.

Ho parlato lui come se parlassi a me stessa, alla Me delle notti sveglie e cariche quando devo (devo?) mettere nero su bianco la mia insonnia.

“Nelle giornate così, ricordati che la tua sofferenza è una dono. Ricordati che saper scrivere non significa mettere giù parole in fila, ma mettere giù te e mettere in fila pezzetti di te.

Per questo e solo per questo non sei qualcuno che scrive, ma sei uno scrittore.”

Poi, tra una parola e l’altra, un’onda e l’altra, mi blocco per un momento, e il mare sembra esitare con me: e se non si trattasse di responsabilità? E se semplicemente fosse un errore, un deficit, un’incapacità a vivere diversamente?

A questo non ho ancora trovato risposta.

FMS

Pic by Warren Keelan

E se domani.

Quei giorni in cui ci si stringe senza conoscersi

e ci si conosce come mai prima.

Sono giorni che proprio non riesco a concentrarmi come vorrei e dovrei, sono giorni che le giornate non girano nel verso giusto e, invece di arrabbiarmi e fare “il diavolo a quattro” come mio solito, mi sento debole e fragile.

Sento addosso una forte sensazione di impotenza che non incrociavo sul mio percorso da tanto tempo, che mi chiede di fermarmi, magari piangere, accucciarmi e permettermi di sentirmi piccola.

Quanto è sbagliato ostacolare la propria fragilità.

Ma sbagliando, come spesso ripetutamente faccio, sono andata avanti e mi sono dedicata alla nuova scaletta.

“Dovresti imparare a darti tregua”.

Sì, perché altrimenti la tregua si prende i suoi spazi:

lo ha fatto con questa canzone, con gli occhi chiusi, con un’ interruzione improvvisa della voce e un bel pianto.

Quanto è sbagliato ostacolare la propria fragilità.

FMS

Di me e te.

Come i mille tatuaggi che avrei fatto con chiunque

E nessuno l’ho fatto con te.

Come quelli che vanno in giro di notte e non sanno che fra loro ci sono anche io

E che tu sei accanto a me.

Come le dite intrecciate sotto i tavoli,

mentre gli altri non ci guardano

Che in quelle mani strette ci abbiamo messo ogni nostro segreto.

Come quando mi fai arrabbiare

e vorrei saper bestemmiare

Ma poi mi fissi di più e mi lasci senza fiato.

Come quando vorrei non fossi così lontano e sei più vicino di tanti altri.

Come questo modo stupido, inutile,

ma mio modo d’amarti.

Come te che sei le mie unghie mangiate

E quelle cose mai raccontate.

Come quando si sfiorano le posate e poi ci sfidiamo e ci mangiamo a occhiate.

Come quanto io sono il tuo sole

E tu la mia luna.

Come quanto siamo un disagio e la nostra più grande fortuna.

Come noi che siamo discorsi fatti seduti su cose e seduti per terra

Aspettando che il mondo ci fraintenda.

Che siamo uno schiaffo e una carezza, l’afa e la brezza.

Prima balliamo leggiadri in tondo,

poi ci abbracciamo stretti stretti, a fondo

Che sei il fiatone dopo aver corso, e ci fermiamo e ci stringiamo in un morso

Come noi che ci amiamo bene, ci amiamo male, ci amiamo a modo nostro e come ci pare.

Come vorrei fosse stato, come vorrei fosse

E come lo amo perché mai sarà.

Chissà se un giorno finiremo le parole per parlare di me e te.