Ieri sera ho realizzato che non sono ancora arrivata a credere in un’unica e universale definizione di Amore.
Di amori ne ho conosciuti tanti, ne ho vissuti diversi, ho incontrato centinaia di coppie lungo il mio percorso professionale e non, e ognuna di loro ne conia ogni giorno un nuova versione fatta di persone.
Dopo aver ammirato quello di una coppia speciale, ieri sera mi sono concessa un regalo, e ho capito che di amore me ne nutro ogni volta che faccio ciò che mi rende felice e quando mi circondo delle persone che mi permettono di esserlo.
Non ho una definizione di amore unica e universale, e va bene così: l’importante è sia grande da meritarne il tentativo di esserne all’altezza.
Per quanto l’abbia trovata deliziosa, non credo che il Web senta l’esigenza anche della mia versione di “Brividi”.
Ciò premesso, una nota a margine a questo Festival la vorrei lasciare anche io.
Se davanti alle telecamere alcune figure hanno occupato minuti e minuti del nostro tempo senza dire assolutamente niente, pur parlando tantissimo, una in particolare mi ha lasciata d’incanto.
Drusilla Foer ha padroneggiato la scena con ironia e forza, senza cadere rovinosamente fra banalità e squallore, come, invece, spesso accade in questi contesti; e, sopra e sotto il palco, mi ha regalato diversi spunti di riflessione.
No, non ho alcuna voglia di approfondire nemmeno uno dei temi di levatura che ha toccato, ma il suo temperamento intelligente mi ha colpita.
Tralasciando il soddisfacente — almeno per quanto mi riguarda — scambio di battute con la Zanicchi, mi piace che una “non-donnina”, abbia dettato i canoni di eleganza in un luogo che di donne ben vestite ne ha viste sfilare — non certo co-condurre — tantissime, per più di mezzo secolo.
Non a caso, l’eleganza è “un falso mito”, in quanto naturalezza nell’essere a proprio agio con ciò che si dice, si pensa e che si è.
“Non c’è nessun abito che possa rendere una donna elegante. Ben vestita forse, ma certamente non elegante”.
Il mondo dei Social Media, e del Web in generale, è tanto interessante e affascinante quanto vizioso e maligno: gentili amici, ecco il concetto più inflazionato e spesso banalizzato dei nostri tempi. Non per questo, però, è meno vero.
Così, inizio questo 2022 ammettendo qualche verità un pochino più intima, affrontando questo piccolo grande pubblico, e, forse anche nel cercare fragile e imbarazzato supporto, vorrei provare a dare una mano a chi qui in mezzo a tutto questo marasma di buoni propositi, di vite da copertina all’apparenza perfettamente riuscite, si sente in difficoltà o magari non completamente a suo agio.
In tutto ciò le feste non sempre aiutano, a differenza di quanto si possa immaginare.
Eccomi qui: sono stata appena operata alla spina dorsale, ho passato il Natale in ospedale, e non crollo sotto il peso di una crisi esistenziale perché sono in terapia da alcuni anni.
Che razza di introduzione è questa?
Sicuramente bruttina, ma vi chiedo di essere indulgenti: si trattava della parte più difficile.
Infatti, orgogliosa e più sensibile al giudizio altrui di quanto mi piaccia ammettere, ho iniziato il mio percorso terapeutico terrorizzata più dal fatto che qualcuno lo venisse a sapere, piuttosto che dai motivi dai quale nascevano le mie difficoltà e dai “perché” che mi avevano portato fino a lì.
Non mi metterò a raccontare nel dettaglio le peculiarità dei miei problemi personali: restano fatti miei, non sono impazzita.
Ci tenevo, però, a confessare apertamente che, più volte di quanto voglia ammettere, mi sono ritrovata spalle al muro, bloccata in situazioni che non mi facevano sentire a mio agio; bloccata in sentimenti che sentivo limitanti; bloccata in rapporti che trovavo, a tratti, addirittura avvilenti.
“Cicala in un mondo di formiche”, dove solo queste sopravvivono all’inverno perché hanno messo davanti la realtà dei fatti e da parte sogni ed entusiasmo, era la più frequente definizione che mi veniva etichettata sulla fronte.
Lì, tra quelle spoglie sopracciglia, comunque troppo espressive o troppo suscettibili alle emozioni, la mia faccia e le sue mimiche rimanevano incastrate, tanto da suscitar fastidio alla mia professoressa di Lettere del liceo, e da essere secondo lei motivo di nota sul registro.
Lungo il mio percorso (non credo esista termine più indicato per descrivere la psicoterapia), ho imparato ad apprezzarmi di più, scoprendo di non sopportarmi per niente e arrivando, anche, ad autosabotare me stessa, i miei progetti e le mie relazioni; ho imparato a dire ad alta voce cosa mi piacesse e cosa no, e, soprattutto, ho imparato a dire “No”.
Conoscete la forza di un No?
Se non ci avete mai riflettuto è perché o siete dei folli completi (e avete la mia simpatia); o avete una psiche di ferro e le emozioni sono il vostro pane quotidiano (un po’ vi invidio); o avete circa 80 anni e magari accompagnati da un principio di demenza senile; oppure siete nei pressi di dove ero io qualche tempo fa, e siete così abituati a mettere le esigenze altrui prima delle vostre che non solo non sapete cosa sia un no, ma tantomeno cosa s’intenda per “confine” o “paletto”.
Temo così tanto di deludere le persone che amo, che spesso mi dimentico di essere qualcuno che amo anche io. (Nikita Gill)
Ora, oltre a non voler raccontare nello specifico le difficoltà della mia esistenza, non intendo nemmeno fare della psicologia spicciola.
Dimessamente, ma un po’ più consapevole, ci tengo a parlare direttamente alla persona che sta leggendo queste righe, e che magari si sente persa, per dirle che può accadere e che spesso è sinonimo di particolare sensibilità.
Ci vorrebbe più spazio sul web dedicato alla cura di sé (no, non parlo di beauty routine) e all’abbattimento dei muri e delle maschere, gadgets imperdibili della vita di molti? Assolutamente si.
Sarò io a ergermi paladina della massa in difficoltà emotiva? Direi di no.
Questa foto, però, mi ha ricordato che sono stata tante volte spalle al muro, ma il coraggio di mettermi in discussione, l’impegno (tanto impegno) per sovvertire l’ordine di una routine e di una vita in cui non mi riconoscevo, la forza di stravolgere la dannosità di abitudini, relazioni e idee tossiche (e, ovviamente, una psicoterapeuta degna di nota), mi hanno insegnato a usare quei muri per darmi lo slancio per abbatterne altri, anche quelli che ancora non vedevo, e per spingermi un po’ più in là, più di quanto mi fossi mai concessa di immaginare.
Ufficialmente conclusa la stagione dei matrimoni 2020/21 (a noi piace misurarli così: in anni accademici), mi sono concessa del riposo concreto, staccando il telefono per un’intera giornata, godendo della potente trasformazione della stagione estiva nell’inquieto autunno.
Che settembre, con le sue piogge indolenti e i suoi venti appiccicaticci, spazzi via la stagione del sole e delle risate, inzuppando il fondo dei nostri pantaloni e i ricordi delle vacanze (degli altri), è cosa nota a molti.
Per questi “molti”, però, indica ripresa, un nuovo inizio, e per quanto di prospettiva e leggerezza io cerchi sempre di cibarmene il più possibile, a me settembre mette addosso una profonda tristezza.
Ogni volta, a questo punto dell’anno, rivivo la sensazione di salutare il più caro degli amici in aeroporto, prima che prenda il volo verso incredibili nuove possibilità, di cui è indubbiamente meritevole e che lo renderanno incredibilmente felice, ma che, in quel momento, realizzando di essere anche una persona egoista, speri non vadano in porto, per continuare a godere della sua compagnia ancora per un po’.
Io nei confronti di Mirko e Valentino funziono esattamente allo stesso modo: meritevoli delle opportunità che settembre tiene in serbo per loro, spero sempre che il tempo trascorso insieme gli lasci addosso un segno tanto indelebile, che la mancanza della nostra convivenza (perché di questo si tratta, con i relativi alti e bassi), non gli permetta di pensare ad altro che ai mesi passati spalla a spalla, a scambiarci occhiate (e occhiaie), sfiniti ed entusiasti per quella meravigliosa cosa chiamata Those2 and I
Che poi, come ogni anno, la primavera successiva arriva presto, e ricomincerò a lamentarmi della loro rumorosa, ingombrante e sempre adorabile presenza.
Come una voce morbida che mi culla, ma che non riconosco; una canzone dalla melodia familiare di cui, però, non ricordo le parole.
Nella mia mente consapevole, realizzo la fugacità del tempo, ma fissa in me resta l’eternità di questo momento: nei miei occhi la donna che sei, nel mio cuore la bambina che per me sempre resterai.
Se ho capito qualcosa del mio percorso fino ad oggi, è che non ci ho capito molto; ma, in compenso, ho imparato a riconoscere la costanza delle difficoltà andare a braccetto con momenti di vera leggerezza, alternandosi con facilità non tanto per mio impegno, ma per la presenza, o meno, di determinate persone nella mia vita.
Così, insistere nella solitaria cocciutaggine dell’esito del proprio percorso è una pratica che sto cercando di abbandonare.
Nel frattempo, tra un passo giusto e uno sbagliato, ho capito una delle cose più importanti che potrò mai portarmi dentro: non mi è ancora chiaro se le persone ti capitino per caso o per un motivo ben preciso, ma sono sicura che nessuna per caso ti rimanga accanto.
Qualche volta scegliere una persona può essere arduo e testardo, una promessa più grande delle proprie possibilità, ma alla fine del giorno è una salvezza avere il coraggio di aggrapparsi a qualcuno che ti ama quando non ti ami nemmeno tu.
Mi hai insegnato che lealtà e gentilezza devono essere un biglietto da visita; che di coraggio, fede e compassione non se ne ha mai abbastanza; che la paura esiste, ma deve essere sconfitta; che l’amore ci tiene in piedi, ci fa respirare, ci scorre dentro; che stare al mondo è difficile, e che per una persona intelligente e sensibile lo è ancora di più, ma vincere a un gioco che ti vedeva sconfitta in partenza, è il lato più divertente della vita.
“Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore”.
Impaziente cronica e mal gestrice (si dice così?) della tensione, sono comunque abilissima nell’annoiarmi mentre procrastino qualsiasi dovere e mi faccio divorare dall’ansia da prestazione e fallimento, ovviamente.
Ci sguazzo in questa inquietudine da me e solo me medesima procurata e pilotata? Probabilmente sì, chi può dirlo.
Intanto, “Che noia, che barba, che barba, che noia!” direbbe il nostro insostituibile guru televisivo e io, invece di concludere un pensiero, mi soffermo sull’apparente lunghezza e flessibilità dei miei tendini (dono da parte di Madre, non c’era bisogno di dirlo) che comunque non mi sono assolutamente serviti a un granché fino a questi miei 30 anni.
Vengo da una famiglia che ama il Natale e che, ancor più, ama il fatto che il Natale sia la festa della famiglia.
Vengo da una famiglia di spensierata cultura e composto divertimento; una famiglia che canta, che ride, che sbaglia e non si vergogna, che conosce tanto, ma non sa smettere di imparare; una famiglia ostinata, ma che riconosce il rispetto, a tratti sfrontata ma sempre grata; una famiglia di radici antiche e robuste, e di foglie libere e indisciplinate; una famiglia fatta di tenace leggerezza e simpatica impertinenza.
Non una famiglia-barzelletta: più una famiglia-filastrocca.
Negli anni, quelle filastrocche, fatte di risate e battute leggere come fogli di carta, sono diventate castelli in cui le nostre feste si trasformano in cerimonie e le tradizioni in piccoli rituali.
Negli anni, ognuno ha imparato a conoscere il proprio posto a tavola e a lasciarlo l’anno successivo all’arrivo di un nuovo membro; ognuno ha imparato ad abbracciare il proprio ruolo per poi trasmetterlo ai più giovani partecipanti.
Spontanei atteggiamenti sottili come fogli che hanno fatto di un castello di carta l’immenso edificio su cui si erge tutto il nostro Amore.
Anche se separati, il castello siamo noi: forti, inespugnabili, indistruttibili.
Buon Natale alla mia famiglia e a tutte quelle che questo Natale lo festeggiano separate, spaiate, e forse un po’ casualmente assortite, ma, forti di ciò che Famiglia davvero significa, sanno continuare a festeggiare.