Al largo.

Una mia artistica amica ha detto che il mare è amico delle donne, non so se valga per tutte e in che modo, ma sicuramente posso dire che il mare per me è stato amico di pensieri e scritti belli, e lo è tutt’ora.

Mi ha accompagnata in una riflessione sull’amicizia e mi ha portato al largo, allontanandomi dalle banalità sull’argomento per lasciare che mi ponessi diversi quesiti, dandomi pazientemente anche il tempo per risolverli.

Accantonato per un momento il sempre verissimo un amico è raro come un tesoro, mi sono resa conto, allora, che l’amicizia fra “sofferenti” è un animale mitologico, di cui si è sentito parlare, ma che nessuno ha mai incontrato, perché sfida, combatte e vince la competizione artistica e si poggia sul bisogno di viscerale di condividere e confessare che proprio non ci riesci a spiare il mondo dal buco della tua serratura, ma che ci devi mettere le mani dentro e farti coinvolgere, per quanto doloroso possa essere.

Un caro amico mi ha scritto confessandomi un momento di difficoltà e ha usato, cito testualmente, queste parole:

“avevo bisogno di dire queste cose a qualcuno che potesse capirle fino in fondo, qualcuno con una profondità simile alla mia, perché certe cose si adagiano lì, pesanti, e non riesci più a farle galleggiare.”

Meraviglioso il fatto che, durante una riflessione tra me e le onde, un amico mi chiedesse di aiutarlo a “galleggiare”.

Musicisti, pittori, fotografi, ballerini, creatori di bellezza: tra le mie amicizie ho, senza ombra di dubbio, un ventaglio di gemme preziose. Eppure credo che gli scrittori siano i più soggetti alla malattia: costretti a vivere tra le righe, dove si annidano tante piccole cose, intime, leali e pesanti verità che ti tirano a fondo, trascinate dalla consapevolezza di dover leggere il mondo intorno a te in un modo diverso, come un dovere non riconosciuto di cui senti il peso della responsabilità.

Non è peccare di presunzione, e non mi aspetto assolutamente che tutti capiscano cosa intendo, ma molti lo faranno: sfortunati anche voi, dico io.

“Una profondità simile alla mia” mi ha dato una scossa. È difficile trovare qualcuno che capisca cosa significhi soffrire delle cose belle e di quelle brutte, del bene e del male allo stesso modo. E non ho detto “vivere”, ho detto “soffrire”: la maledizione del sentire nell’amplificazione, che è una sofferenza.

Ho parlato lui come se parlassi a me stessa, alla Me delle notti sveglie e cariche quando devo (devo?) mettere nero su bianco la mia insonnia.

“Nelle giornate così, ricordati che la tua sofferenza è una dono. Ricordati che saper scrivere non significa mettere giù parole in fila, ma mettere giù te e mettere in fila pezzetti di te.

Per questo e solo per questo non sei qualcuno che scrive, ma sei uno scrittore.”

Poi, tra una parola e l’altra, un’onda e l’altra, mi blocco per un momento, e il mare sembra esitare con me: e se non si trattasse di responsabilità? E se semplicemente fosse un errore, un deficit, un’incapacità a vivere diversamente?

A questo non ho ancora trovato risposta.

FMS

Pic by Warren Keelan